
POESIE?

MARCO DI PASQUALE
Usciamo
si sgorga
come zingari
nelle vie chiassose
si morde il selciato
impallidendo i passanti
con risate fresche e umide
tintinnando nel buio
*
La mattina dei morti
brindisi di caffellatte
la mattina dei morti, lo sguardo
sugli amici immaginari
partiti dopo il tramonto
tra le prime stelle:
senza dimenticare il sorriso pudico
di un vecchio dalle orecchie affabili
che raccontava di essermi radice
mani di donna sgomitolano
lacrime e ricordi fissandomi le labbra
tessendo racconti che scricchiolano sulla ghiaia
della mattina dei morti, le stelle
ancora lì, sotto il lenzuolo del giorno,
tra le preghiere e le molestie delle epoche
squadernate in pettegolezzi da bar
ma tutto può avverarsi, anche l’amore
dagli scheletri storti delle nuvole
della mattina dei morti
*
si
legge nella parola
posata sulle ceneri
la piega del fuoco
che marchia significato
ma
rammendare le ossa
conoscendo per eredità
non ossigena né concede
orli alla consolazione
solo
la lama
nel nervo
illumina e
traduce
***
Dopo la ballerina
E l'orlo perlato del piede
non cade, non salta le scale.
Sospende nell’aria di sale,
recede, ritorta nel palmo
girato. Riflette, si flette,
raddoppia la punta, si spezza.
Dipinta si gira, regina,
il
verso a capo rovescio.
*
Dopo la poetessa
Strucca truccata stucca
Si tuffa sbuffa zucca
Storta ritocca ciocca
Di seta ninfa distesa
Zoppa cigola troppa
La cocca al cielo scocca
Acida urica accisa
Recisa asta decisa
Sintagmatica stigmata
Pistillatica
dogmata
*
Dopo il film
Clessidre, di polvere nere,
misurano tempi di pioggia.
Il viaggio si allunga di gocce
che cadono sotto l'asfalto.
Non suonano più la campana
e il tempo si e' spento nel bianco.
Dal vetro azzurrato spacciano
i sogni, distratti in frammenti.
***
(da Album di famiglia, in corso)
x.
(Zefferina Apolloni, 1925)
avrete
coltelli caldi
strette
di mano
morbidi
pantaloni
d’un’altra
misura
avrete
biciclette da corsa
libri
di geometria
conti
e scadenze
che
saprete rispettare
fontane
senza tosse
e
San Giuseppe alle lampare
una
sorte di caffé
dolci
di spalle
voi
dopo il primo ballo,
oh
fija mia,
*
(da Serie Ecografica in
Vincenzi, L’Opera continua, Perrone, Roma, 2005)
II.
È
fiorito di scritte quest’osso
molle
come mummia in gelatina
nonostante
a lungo l’ingollato sforzo
per
tanarlo opaco e farlo
sasso
o rospo,
è
altrove la mimesi dell’esile
protetto
a scorza, crosta o coesione minerale,
duro
al venire del tutto, e orale.
Ora
eccomi gengiva
facile
plancia alla fiamma
gemmando
cartilagine
cibando
piega
*
(da
Biagini e Sirotti, Nodo Sottile 4, Crocetti, Milano, 2004)
o circumference thou bride of awe
non
o paura della luna piena
pomo
non runa che loda
l’orlo
lasso della vota rima
prugna
sugosa
non
osso in sezione
non
odio che il sole
ventiquattrore
d’urlo urticante
l’assillo
della tangenziale
l’assolo
del telegiornale
il
rovello radiante delle cose
di
valore.
o
voglia d’olio notturno
o
corpo d’alga di lago
opaco
e oblungo.
non
o pura chiosa sull’una
gole
sulfuree e couperose
macchiano
la bianca gota
e
portano fortuna
ché
muore l’uovo non schiuso
e
io non ungo sfera, né ostia, né ora
di
punta che fora la gola
né
nocca nell’occhio,
né
calva la bocca,
né
vera che inquadra.
tra
le labbra o la coda
o
la muta e la cova
***
Dovere c’insegna san miniato con foto in
digitale
altri spazi altri santi gimignani cullati anni
che forse qualcuno in più questa notte di ponti e porte
s’accorge oltre me il medico di guardia che scompare
la mano della madre a coprire le lenzuola
una preferenza poche ore prima degli anelli
dell’altare coperto di fiori e salmi
strade d’estate campanelli
la corsa in bicicletta leggendaria
come le macchine e le moto scortate al giuramento
di Liguria e a quello più denso di Bologna.
Colpiti al punto che smettemmo le scarpe ad
asciugare
sulla terrazza del sacro cuore. Ora di notte sotto
questo assedio di transistor e satelliti mi gioco
poche carte quelle del principe che beve vodka
e non falerio che scarseggia più delle ore ancora da passare
dal poi che arriva dopo la preghiera si fonde l’arabesco
di gioventù con giorni cocenti e cuscinetti a sfera
*
In mezzo al letto come al mare
ci stan due piedi piccoli che dormono
si spostano con logica d’assenza
al battere costante delle imposte
un fiato appena nato scosta nell’ordine dei giorni
un capomastro morto sul dorso dell’inverno
e le mie ali storte s’invecchiano
spellate tanto sulla schiena non le guardo
l’eredità che lascio è solo tempo perché
l’amore non esiste esiste il tempo
poche menzogne un cesto di panni sporchi
la luce accesa di cento notti insonni
a mendicarmi gli occhi ed il coraggio
*
La colpa è il mio compagno e non si placa
un giogo a forma d’ombra che mi segue
distante non proprio alla figura
la virgola in grassetto che scolora
slacciato dalla trinità del corpo
curvato nell’osservarmi embrione
con il proposito costante e difettoso
che presto si fa voglia di partenza
quel che tu sai non volle la memoria
colta a riprendere la rotta inversa
nell’evidente assenza di confine
moltiplicata in centri è l’esistenza
***
Perdere
i Lari
Mancavano tutti a me mai tanti
antenati strutti dai fuochi serali
distrutte le forme di cera i passati
sfornati, pani rassicuratori. Eri sei
ancora l'ancora dei destini arabi
e turchi ed hai l'ara che sforma
il futuro, hai l'aria dei remoti protetti
- non il grillo ma il gatto del focolare...-
i tuoi tetti a cui torni se vuoi se incontri
se passa da casa chi sa dei larari tra la sala
e le scale, tuoi accoglienti stirando le zampe.
Mancavano Lari ai miei corridoi
- era una casa molto carina senza soffitto... -
mancano ancora li avevo sperati tra i peli
la polvere per rimaneggiarli, per farli comuni
avere gli stessi, me, me fisso nei trucchi
veloci, nei lucidi occhi e in occhiali spariti,
- Riprendili La', aiuta a cercarli, c'erano quasi -
in innumerevoli progetti colpevoli aggettivi,
nei miei minimi innumeri Lari nulli.
***