associazione culturale

 

POESIE?

 

 

 

 

 

 

 

MARCO DI PASQUALE

 

LARA LUCACCIONI

 

RENATA MORRESI

 

ALESSANDRO SERI

 

GIAMPAOLO VINCENZI

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

MARCO DI PASQUALE

 

 

Usciamo

 

si sgorga

come zingari

nelle vie chiassose

si morde il selciato

impallidendo i passanti

con risate fresche e umide

tintinnando nel buio

 

    *

 

   La mattina dei morti

 

brindisi di caffellatte

la mattina dei morti, lo sguardo

sugli amici immaginari

partiti dopo il tramonto

tra le prime stelle:

senza dimenticare il sorriso pudico

di un vecchio dalle orecchie affabili

che raccontava di essermi radice

 

mani di donna sgomitolano

lacrime e ricordi fissandomi le labbra

tessendo racconti che scricchiolano sulla ghiaia

della mattina dei morti, le stelle

ancora lì, sotto il lenzuolo del giorno,

tra le preghiere e le molestie delle epoche

squadernate in pettegolezzi da bar

 

ma tutto può avverarsi, anche l’amore

dagli scheletri storti delle nuvole

della mattina dei morti

 

    *

 

si legge nella parola
posata sulle ceneri
la piega del fuoco
che marchia significato
ma
rammendare le ossa
conoscendo per eredità
non ossigena né concede
orli alla consolazione

solo
la lama
nel nervo
illumina e
traduce

    ***

 

 

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LARA LUCACCIONI

 

 

Dopo la ballerina

 

E l'orlo perlato del piede

non cade, non salta le scale.

Sospende nell’aria di sale,

recede, ritorta nel palmo

girato. Riflette, si flette,

raddoppia la punta, si spezza.

Dipinta si gira, regina,

il verso a capo rovescio.

 

*

 

Dopo la poetessa

 

Strucca truccata stucca

Si tuffa sbuffa zucca

Storta ritocca ciocca

Di seta ninfa distesa

 

Zoppa cigola troppa

La cocca al cielo scocca

Acida urica accisa

Recisa asta decisa

 

Sintagmatica stigmata

Pistillatica dogmata

 

*

 

Dopo il film

 

Clessidre, di polvere nere,

misurano tempi di pioggia.

Il viaggio si allunga di gocce

che cadono sotto l'asfalto.

 

Non suonano più la campana

e il tempo si e' spento nel bianco.

Dal vetro azzurrato spacciano

i sogni, distratti in frammenti.

 

***

 

 

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RENATA MORRESI

 

 

 

 

(da Album di famiglia, in corso)

 

x. (Zefferina Apolloni, 1925)

avrete coltelli caldi

strette di mano

morbidi pantaloni

d’un’altra misura

 

avrete biciclette da corsa

libri di geometria

conti e scadenze

che saprete rispettare

 

fontane senza tosse

e San Giuseppe alle lampare

una sorte di caffé

dolci di spalle

voi dopo il primo ballo,

oh fija mia,

voi meglio me.

 

*

 

 

(da Serie Ecografica in Vincenzi, L’Opera continua, Perrone, Roma, 2005)

 

II.

 

È fiorito di scritte quest’osso

molle come mummia in gelatina

nonostante a lungo l’ingollato sforzo

per tanarlo opaco e farlo

sasso o rospo,

è altrove la mimesi dell’esile

protetto a scorza, crosta o coesione minerale,

duro al venire del tutto, e orale.

Ora eccomi gengiva

facile plancia alla fiamma

gemmando cartilagine

cibando piega

viva della pelle mobile.

 

*

(da Biagini e Sirotti, Nodo Sottile 4, Crocetti, Milano, 2004)

 

                                                            o circumference thou bride of awe

   

non o paura della luna piena

pomo non runa che loda

l’orlo lasso della vota rima

prugna sugosa

non osso in sezione

non odio che il sole

ventiquattrore d’urlo urticante

l’assillo della tangenziale

l’assolo del telegiornale

il rovello radiante delle cose

di valore.

 

o voglia d’olio notturno

o corpo d’alga di lago

opaco e oblungo.

 

non o pura chiosa sull’una

gole sulfuree e couperose

macchiano la bianca gota

e portano fortuna

ché muore l’uovo non schiuso

e io non ungo sfera, né ostia, né ora

di punta che fora la gola

né nocca nell’occhio,

né calva la bocca,

né vera che inquadra.

 

tra le labbra o la coda

o la muta e la cova

dei figli di rana.

 

***

 

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ALESSANDRO SERI

 

 

Dovere c’insegna san miniato con foto in digitale
altri spazi altri santi gimignani cullati anni
che forse qualcuno in più questa notte di ponti e porte
s’accorge oltre me il medico di guardia che scompare
la mano della madre a coprire le lenzuola
una preferenza poche ore prima degli anelli
dell’altare coperto di fiori e salmi
strade d’estate campanelli
la corsa in bicicletta leggendaria
come le macchine e le moto scortate al giuramento
di Liguria e a quello più denso di Bologna.

Colpiti al punto che smettemmo le scarpe ad asciugare
sulla terrazza del sacro cuore. Ora di notte sotto
questo assedio di transistor e satelliti mi gioco
poche carte quelle del principe che beve vodka
e non falerio che scarseggia più delle ore ancora da passare
dal poi che arriva dopo la preghiera si fonde l’arabesco
di gioventù con giorni cocenti e cuscinetti a sfera

 

*

In mezzo al letto come al mare
ci stan due piedi piccoli che dormono
si spostano con logica d’assenza
al battere costante delle imposte
un fiato appena nato scosta nell’ordine dei giorni
un capomastro morto sul dorso dell’inverno
e le mie ali storte s’invecchiano
spellate tanto sulla schiena non le guardo
l’eredità che lascio è solo tempo perché
l’amore non esiste esiste il tempo
poche menzogne un cesto di panni sporchi
la luce accesa di cento notti insonni
a mendicarmi gli occhi ed il coraggio

 

*

La colpa è il mio compagno e non si placa
un giogo a forma d’ombra che mi segue
distante non proprio alla figura
la virgola in grassetto che scolora

slacciato dalla trinità del corpo
curvato nell’osservarmi embrione
con il proposito costante e difettoso
che presto si fa voglia di partenza

quel che tu sai non volle la memoria
colta a riprendere la rotta inversa
nell’evidente assenza di confine
moltiplicata in centri è l’esistenza

***

 

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GIAMPAOLO VINCENZI

 

 

 

 

Perdere i Lari

 

Mancavano tutti a me mai tanti

antenati strutti dai fuochi serali

distrutte le forme di cera i passati

sfornati, pani rassicuratori. Eri sei

ancora l'ancora dei destini arabi

e turchi ed hai l'ara che sforma

il futuro, hai l'aria dei remoti protetti

- non il grillo ma il gatto del focolare...-

i tuoi tetti a cui torni se vuoi se incontri

se passa da casa chi sa dei larari tra la sala

e le scale, tuoi accoglienti stirando le zampe.

Mancavano Lari ai miei corridoi

- era una casa molto carina senza soffitto... -

mancano ancora li avevo sperati tra i peli

la polvere per rimaneggiarli, per farli comuni

avere gli stessi, me, me fisso nei trucchi

veloci, nei lucidi occhi e in occhiali spariti,

- Riprendili La', aiuta a cercarli, c'erano quasi -

in innumerevoli progetti colpevoli aggettivi,

nei miei minimi innumeri Lari nulli.

 

***

 

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